
Per il quarto anno consecutivo ritorna MAGGIO DELL’ARCHITETTURA, la manifestazione culturale organizzata da SIEBENARCHI (architetti urbanisti designers) con il patrocinio dei Comuni di Nola e Cimitile.
Come per le edizioni precedenti, la ragion d’essere di questo evento è quella di creare dibattito ed interesse intorno a tematiche e problematiche in materia di architettura ma coinvolgendo non solo gli addetti ai lavori ma anche, e soprattutto, i cittadini. Difatti, è lo stesso organizzatore, l’Arch. Antonio Ciniglio a sottolineare l’obiettivo fondamentale della kermesse “ vogliamo riavvicinare le persone , i cittadini all’architettura; siamo un popolo di costruttori così come testimoniano i libri d’architettura che fino al ‘900 parlano prevalentemente dell’Italia. Le cose cambiano dopo la seconda guerra mondiale, da quel momento sembra non essere più importante quello che costruiamo, ma quello che ne traiamo in termini economici. Bisogna fare un passo indietro e recuperare il dialogo con i cittadini, rieducarli all’architettura e forse prima ancora rieducare la nostra classe politica.”
Questo spartiacque temporale cui fa riferimento l’Arch. Ciniglio viene fuori anche durante il dibattito tenutosi nel secondo appuntamento della manifestazione il cui titolo è “Quale architettura per l’Italia unita?” durante il quale il pof. Fabio Mangone, docente di Storia dell’Architettura e Restauro della Facoltà di Architettura di Napoli, mette per l’appunto in evidenza il cambiamento avvenuto durante il XIX sec. nel rapporto tra l’architettura, le istituzioni e conseguentemente i cittadini. “Per i primi cinquant’anni successivi all’unità d’Italia era ancora imprescindibile per le istituzioni considerare che il segno tangibile del loro potere passasse attraverso le opere architettoniche, i monumenti nazionali, vale a dire quelle opere così significative da non essere più una gloria locale bensì un patrimonio della nazione. Non solo, il nuovo governo recupera il patrimonio monumentale esistente creando coesistenza con il nuovo, per rendere ancora più evidente che l’Italia è unita non solo per la lingua ma anche per l’arte e l’architettura, ecco allora l’enfasi data allo stile Nazionale. […]L’architettura del secondo Ottocento ha una grande forza di comunicazione, perché, sebbene per lungo tempo sia stata bollata come stupida e piccolo borghese, era sicuramente un’architettura che ambiva parlare a tutti. Aveva, inoltre, un forte ruolo pedagogico come testimoniano i numerosi musei, accademie e scuole nati durante il primo cinquantennio dell’unità d’Italia. Quindi il segno dello stato sul territorio non furono solo i monumenti, ma anche le scuole elementari che nacquero in grande quantità grazie alla Legge Coppino che, per l’appunto, rendeva gratuita l’istruzione elementare, sanzionando chi disattendeva l’obbligo. Ciò che emerge studiando l’architettura dell’Italia unità è che le leggi sono gli eventi che cambiano il modo di fare architettura, gli stessi piani regolatori del secondo Ottocento non sarebbero stati possibili senza la legge sull’esproprio per pubblica utilità.”
Quindi il prof. Mangone delinea un ritratto dell’architettura dell’Italia unita sostanzialmente positivo, ricco di spunti interessanti e di elementi di modernizzazione, soprattutto quando fa riferimento al tema dei concorsi di architettura. “ Sono stati uno strumento molto forte nella politica dell’architettura, ma non per tutti i governi, difatti i primi governi di destra ritennero di doversi affidare a professionisti già noti per avere edifici solidi, decorosi, in tempi relativamente più contenuti. Invece, dal governo De Pretis in poi si capisce il potenziale comunicativo dei concorsi, i quali da un lato rappresentano un grande momento di democraticità e, dall’altro, rappresentano un notevole strumento per attrarre il pubblico perché i disegni prodotti nel concorso ottocentesco vengono esposti, i giornali prendono parte al dibattito, si crea un movimento d’opinione. Tuttavia, questa prassi finisce nel 1911 con Giolitti, il quale, tenuto conto dei problemi che comporta il concorso pubblico, decide di reintrodurre l’attribuzione diretta degli incarichi, perdendo, però, di fatto l’elemento di grande innovazione e crescita del concorso, il contatto con il pubblico.”
Questo contatto, questo legame tra l’architettura, le istituzioni e i cittadini che nella seconda metà dell’800 era stato un grande momento di modernizzazione e crescita per l’Italia, oggi non esiste più. Non solo, oggi l’architettura non rappresenta più per i governi, per lo stato un segno necessario ed insostituibile per la propria affermazione. L’architettura ha perso il suo ruolo di strumento comunicativo e forse, in parte, si è resa essa stessa responsabile di questa perdita, arroccandosi su posizioni elitarie e non ricercando più il dialogo con il pubblico. Secondo il Prof. Massimo Pica Ciamarra è con l’Italia repubblicana che inizia lo sfaldarsi di questo legame, “nel dopoguerra, forse per rispondere ad esigenze più impellenti, si è trascurato l’aspetto comunicativo che l’architettura contiene in se, defraudandola, di fatto, del suo valore intrinseco. […] Oggi per ristabilire questo legame con i cittadini e ridare all’architettura la sua originaria connotazione bisogna innanzitutto azzerare le regole e riformulare il nostro approccio al territorio, ragionare in termini di sostenibilità, pianificare con estrema attenzione il nostro sviluppo e, non da ultimo, rimodulare il suono. Per fare ciò è fondamentale esigere una classe politica esigente, che ponga la qualità dello spazio al centro degli interessi dei cittadini, perché è la qualità delle cose che dà sicurezza all’individuo; ecco perché credo che dare una svolta a questo modo di fare architettura significhi partire dal principio, dall’educazione dei committenti ma prima ancora dei politici.
Il dibattito crea movimenti di opinioni e le opinioni stimolano gli intelletti.
Arch. Melania De Masi























